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Grafene: l’ingrediente per spingere lontano le auto elettriche

Paolo Odinzoff
 - 23/02/2016

Una batteria che potrebbe rivoluzionare l’impiego delle auto elettriche a zero emissioni. A realizzarla è stata la Grabat Energy, azienda spagnola con sede a Yecla (Murcia) controllata da Graphenano, e si tratta di un accumulatore capace di garantire un’autonomina fino a 800 chilometri con una sola carica.

Caratterizzata da una densità di 1.000 Wh/kg e una tensione è di 2,3 Volt, la singolare batteria ha un peso di 100 kg e per fare il pieno d’energia attraverso una comune presa domestica richiede un terzo del tempo rispetto alle tradizionali pile agli ioni di litio.

Il segreto sta nella sua costruzione che sfrutta come ingrediente principale i polimeri di grafene: ovvero un materiale ottenuto dalla grafite, individuato nel 1930, i cui vantaggi sono stati riconosciuti soltanto di recente, quando nel 2004 gli scienziati russi Andrej Gejm e Konstantin Novoselov sono riusciti a isolarlo a temperatura ambiente ricevendo per questo anche il Premio Nobel nel 2010.

Già sperimentato sulla batteria impiegata nella hypercar spagnola GTA Spano, presentata al Salone di Ginevra del 2015, il grafene è infatti flessibile e impermeabile e duecento volte più resistente dell’acciaio. Ma, soprattutto, riesce a equiparare gli ioni di litio quanto a capacità di energia immagazzinata, scaricandosi però lentamente e ricaricandosi molto più rapidamente.

Tra i punti di forza di questo materiale c’è, inoltre, la straordinaria capacità di preservarsi nel tempo: come dimostrato dai numerosi test effettuati, mirati a evidenziarne l’elevata efficienza e la totale assenza dell’effetto memoria che penalizza molti accumulatori.

L’idea della Grabat è non a caso quella di iniziare a breve a costruire su larga scala le sue batterie. Contando su un impianto a Yecla, messo su grazie anche alla partnership con la cinese Chint, fornito di 20 linee e che a pieno regime potrà arrivare a produrre fino a 80 milioni di cellule l’anno.

 

Photo 1 : ©Spania GTA
Photo 2 : ©Paolo Odinzoff